MUSICA - No Wave: contorsionismi e sperimentazioni

Intervista a Livia Satriano
di Vincenzo Santarcangelo
Si è spesso letto il no di no wave come suffisso di coerente, e probabilmente voluta, antitesi a un’altra, e più celebre, wave, più longeva e certamente più accomodante: lanew wave. In realtà, quel no wave andrebbe interpretato alla lettera: non-onda, nessuna onda (sonora); e dunque, non-musica, nessuna musica. La no wave non è stata un genere musicale. Perlomeno, non è stato solo un genere musicale. E’ stato molto di meno e molto di più. «A differenza di quanto si possa pensare, la no wave tecnicamente non è stata un movimento […] si diffuse in maniera del tutto spontanea e disorganizzata, pur condividendo con molte altre esperienze artistiche e d’avanguardia il fatto che a essa ci si possa riferire utilizzando una denominazione attribuita solo a posteriori».
Oppure: «La no wave non è un genere musicale […] è qualcosa di molto meno definibile in maniera univoca. E’ un’esperienza artistica a 360 gradi, un gesto di rivolta, un approccio creativo figlio della crisi della modernità che non ha investito solo l’ambito musicale, ma ha toccato e influenzato diversi e vari aspetti culturali, dalle arti visive al cinema». Queste parole sono tratte da No Wave. Contorsionismi e sperimentazioni dal CBGB al Tenax(Crac Edizioni, 2012), il libro di Livia Satriano che ha di recente colmato un vuoto editoriale importante. Un testo agile e completo, la Guida del Perplesso che fino a oggi aveva a disposizione solo “poche e dispersive” informazioni in lingua italiana reperite sul web riguardo a una delle più importanti rivoluzioni in musica della seconda metà del secolo scorso. Abbiamo rivolto qualche domdanda a Livia. Non paghi, abbiamo poi chiesto alla giovane autrice del libro la propria, personale, compilation delle dieci canzoni no-wave da ascoltare almeno una volta nella vita e di fornirci, per ognuno dei pezzi, due righe di “giustificazione”. D’altronde, quale modo migliore per celebrare la no wave, (non)genere inaugurato e marchiato a fuoco da una compilation (No New York, Antilles Records, 1978) se non stilarne un’altra?
Come nasce l’idea di un libro sulla no wave? C’è dietro un’intenzione precisa di colmare un vuoto particolarmente pesante per l’editoria musicale?
L’idea nasce dalla mia tesi di laurea sulle sottoculture musicali e sulla scena no wave. Non essendo ancora mai stato pubblicato alcun volume in lingua italiana sull’argomento ho pensato potesse essere interessante intraprendere un lavoro di questo genere. Esistono infatti pubblicazioni sul punk, sulla new wave e sulle scene musicali più disparate, eppure nessuno aveva ancora parlato di no wave. Tanto più che molto spesso capita di leggere la definizione “no wave” in articoli e recensioni musicali, ma anche cercando sul web le informazioni in italiano sono poche e dispersive. Il mio libro nasce proprio per sopperire a questa mancanza, offrendo uno spaccato di quel periodo e delle linee guida per comprendere quello che la no wave ha davvero rappresentato.
Nelle varie sezioni del libro sono presenti contributi di altri autori…puoi dirci brevemente chi sono e in che maniera sono stati scelti?
La scena no wave è stata una scena artistica a 360 gradi, che non ha investito solo l’ambito musicale ma anche le arti visive e il cinema. Per il mio libro ho voluto perciò coinvolgere dei “contributor” d’eccezione in rappresentanza di ognuno di questi tre grandi ambiti.
Roberto Canella è un amico giornalista, collaboratore di Blow Up, con una cultura musicale infinita che ha accettato la sfida di diventare co-autore di alcuni capitoli del libro dedicati alla scena musicale newyorchese e alle band di No New York, il suo prezioso contributo è stato davvero fondamentale alla buona riuscita del tutto.
Andrea Lissoni è un curatore (Xing, HangarBicocca) e storico dell’arte di cui ammiro moltissimo il lavoro, incentrato soprattutto alle relazioni fra arte contemporanea e nuovi linguaggi. Gli ho proposto di partecipare con un suo intervento e sono molto felice che ne sia venuta fuori una bella chiacchierata con Arto Lindsay che Andrea conosce personalmente e con il quale ha avuto modo di collaborare più volte.
Bruno di Marino è storico del cinema ed è uno fra i maggiori studiosi ed esperti di cinema sperimentale in Italia, fra i suoi tanti lavori ha curato anche un bel cofanetto per Rarovideo su Richard Kern – epigono del cinema no wave – ed è stato questo lo spunto che mi ha portato a richiedere un suo autorevole contributo in materia di cinema.
Nel primo capitolo del libro procedi con una disamina in parallelo degli avvenimenti socio-economici che sconvolgono la città di New York nel decennio ’69-’79, da una parte, e i primi sommovimenti artistico-culturali che porteranno a quella eruzione improvvisa che è stata la no wave, dall’altra. Tim Hodgkinson diceva a proposito della free improvisation, intesa come (non)genere musicale, che essa nasce con l’atto di rifiutare la contestualità musicale prefissata e che «nell’atto stesso di rifiutare la contestualità prefissata in un certo senso rifiuta e rigetta il suo contesto sociale». Non credi che lo stesso possa affermarsi della no wave?
Certo, lo stesso può essere detto anche della no wave se si guarda ad essa a posteriori, come fenomeno esclusivamente musicale. Se infatti ogni espressione musicale è frutto del contesto sociale in cui nasce e si sviluppa, rifiutando una data “contestualità” musicale, si rifiuta di conseguenza anche il contesto sociale dal quale essa è stata generata. Nel caso specifico della no wave però, trovandoci di fronte a un’esperienza culturale e artistica a 360 gradi che non ha investito solo l’ambito musicale, si può dire che sia stata in primo luogo proprio la disillusione provata nei confronti di un dato contesto sociale — e il conseguente rifiuto verso il suo ordine di cose — ad aver spinto questi ragazzi a opporsi alla sua cultura, a quella contestualità culturale “prefissata” che li circondava ma nella quale al tempo stesso (come sempre, questo è il paradosso) essi stessi erano immersi.
Sei riuscita a intervistare molti dei protagonisti della breve e fulminante stagione no wave. Che persone sono diventate, oggi, quelle che ieri erano figure quasi leggendarie, circondate da quell’aura mistica che finisce per contornare puntualmente tutti i grandi rivoluzionari?
Ho avuto modo di venire in contatto e intervistare molti dei protagonisti di quella scena, penso a Glenn Branca, Rhys Chatham, Steve Piccolo, Lydia Lunch tutte figure “leggendarie” che hanno fatto la storia della musica e che si sono dimostrate le persone più gentili e disponibili del mondo. Con la Lunch ci siamo sentite via mail e abbiamo fissato un appuntamento “dal vivo” durante un suo concerto qui a Milano. Glenn Branca, Rhys Chatham, Steve Piccolo hanno invece risposto alle mie domande via mail e si sono dimostrati molto disponibili a inviarmi materiali originali dell’epoca. Devo dire che è stata un’esperienza molto interessante e stimolante su più fronti, la tendenza a mitizzare può venire naturale, ma l’interesse che tutti questi musicisti hanno dimostrato nei confronti del mio lavoro e della pubblicazione mi ha sorpreso e lusingato.
Hai affermato che questo libro è nato praticamente sul web…vuoi spiegarci in che senso?
Come dicevo, è nato tutto dalla mia tesi di laurea. Ho deciso di pubblicarla sul portale “Tesionline” ed è lì che sono stata contattata per pubblicare il libro. Anche per quanto riguarda la ricerca che ho portato avanti, dal reperimento di informazioni alle testimonianze che sono riuscita ad ottenere è tutto frutto di un lavoro che si è svolto principalmente online. Nessuna biblioteca o mediateca, dunque, ma ascolti su iTunes, YouTube e Last.fm, interviste via mail e perfino l’utilizzo di Facebook e Myspace, dimostratesi risorse utilissime per reperire informazioni biografiche e contatti diretti di band del periodo. A chiudere il cerchio ci sono i codici QR che ho inserito nel libro e che permettono di ascoltare immediatamente, tramite cellulare, i brani di cui si legge…Non c’è niente di più frustrante che leggere di musica senza poter ascoltare nulla!
Ora te ne sarai fatta un’idea…esiste davvero una strada che unisce il CBGB di New York al Tenax di Firenze o si tratta semplicemente di una ricostruzione effettuata ex post?
Nel titolo del libro ho citato il CBGB e il Tenax perché si tratta dei due locali simbolo delle scena underground newyorchese e di quella italiana. Il collegamento di cui parlo effettivamente esiste, ma si estende all’Italia underground del periodo in senso più ampio. Al Tenax risuonavano i ritmi frenetici e sincopati dei Rinf, che osavano fare qualcosa di diverso rispetto alle contemporanee band new wave fiorentine, ma anche a Bologna vi era una intera scena artistica che, per intenti e modalità, poteva dirsi “sorella” della scena underground newyorchese. Penso a band come i Confusional Quartet e a personalità illuminate come Francesca Alinovi, che hanno saputo fare da ponte fra la scena artistica italiana e quella di New York. Sonorità “no wave” si riscontrano anche in molte altre esperienze musicali in giro per la penisola, come il punk-funk degli Illogico di Roma o dei napoletani Bisca, che citavano fra le loro fonti di ispirazione proprio “No New York”, la compilation manifesto della no wave prodotta da Brian Eno.
Quale, tra le tante storie e microstorie che hanno fatto la no wave, e che magistralmente hai raccontato nel libro, ti è rimasta più nel cuore?
Ci sono un paio di aneddoti raccontati nel libro che ricordo volentieri perché mi hanno fatto sorridere. Ikue Mori, la batterista giapponese dei DNA, che all’epoca non parlava inglese e doveva essere istruita dai suoi compagni di band attraverso metafore pittoresche che le spiegavano come doveva essere il suono che doveva ottenere (“simile a un topo intrappolato in un computer” o “come un uomo obeso che cade giù lungo una scalinata”); o ancora, James Chance che non sopportava l’atteggiamento snob del pubblico di Soho e che per far ballare le persone durante i suoi concerti aveva iniziato a scuoterle, non disdegnando di prenderne anche letteralmente a schiaffi qualcuna, se necessario. Ma c’è una vicenda legata al mio libro che più di tutte mi è rimasta nel cuore. A seguito delle interviste, ho dovuto ricontattare i vari musicisti che ho intervistato per farmi inviare delle loro foto recenti da poter inserire vicino ai testi. Tutti mi hanno risposto inviandomi loro foto attuali. Mancava solo Glenn Branca al quale ho scritto: “Signor Branca, potrebbe gentilmente inviarmi una sua foto recente da poter allegare all’intervista nel libro?”. Senza rispondere nulla, Branca mi ha solo allegato la scannerizzazione di una bellissima foto inedita del 1978 che lo vede in azione in un live dei Theoretical Girls. Devo ammettere che la sua scelta “controcorrente” mi ha spiazzato ed emozionato.
No wave, una playlist.
A cura di Livia Satriano.
Mars – “Helen Forsdale” (1978)
Questa playlist non poteva iniziare se non con uno dei brani contenuti all’interno di “No New York”, l’album manifesto della No Wave prodotto da Brian Eno nel 1978. “Helen Forsdale” dei Mars ci fa subito capire in che tipo di contesto ci troviamo…Scariche di chitarre impazzite che imitano sciami di insetti accompagnate da una voce lamentosa che biascica parole incomprensibili. Se non è questa l’apocalisse ci siamo molto vicini.
DNA – “You & You” (1978)
“You & You” dei DNA è un miscuglio di follia e regolarità. Ritmica meccanica e ripetitiva sulla quale Arto Lindsay si scaglia contro a ruota libera con la sua chitarra, riversando tutta la rabbia che ha dentro.
Teenage Jesus and the Jerks – “The Closet” (1977)
Ed ecco che arriva immancabile Lydia Lunch, eroina-teenager della New York decadente, che ci racconta dei suoi fantasmi. “Sono in un armadio e non riesco a respirare…questa stanza è una gabbia…non riesco nemmeno a parlare…aiutami ad uscire o farò la fine di Sharon Tate”, canta e ad accompagnarla un sottofondo di chitarra stridente, basso e percussioni. Anche questo brano figura all’interno della compilation “No New York”.
The Contortions – Contort Yourself (1979)
“Contort Yourself” è assieme a “I Can’t Stand Myself” – celebre cover di un brano di James Brown – la canzone-simbolo dei Contortions di James Chance. Anche se è difficile parlare di melodia e “ballabilità”, una cosa è certa: questo brano ha un energia tale da riuscire a smuovere le pietre, ti fa venir voglia di dimenarti come un ossesso. “Contort Yourself” per l’appunto.
Theoretical Girls – U.S. Millie (1978)
I Theoretical Girls furono la prima band di Glenn Branca e “U.S. Millie” è la b-side del loro singolo “You Got Me” del 1978. È una marcetta che riecheggia tanto Stravinsky quanto i Suicide. Basta poco per capire che si tratta di un approccio diverso rispetto a quello delle altre band ascoltate finora, i Theoretical Girls appartengono alla colta SoHo e al mondo delle gallerie d’arte, non al decadente Lower East Side.
Rhys Chatham – Drastic Classicism (1982)
C’è poco da dire, “Drastic Classicism” è un pezzo che ha segnato la storia del “rumore”. Il noise rock che conosciamo, di Sonic Youth e affini, nasce proprio da qui. E pensare che in principio questa composizione era stata concepita da Chatham come colonna sonora per una coreografia di danza.
Lounge Lizards – Well You Needn’t (1981)
I Lounge Lizards (John Lurie e il fratello Evan, Steve Piccolo, Anton Fier, Arto Lindsay) erano un quintetto di “fake jazz”, come amavano scherzosamente definirsi. La loro musica era una miscela di jazz e punk. Il brano in questione è un omaggio a Thelonious Monk e il risultato è tanto spiazzante quanto geniale: come inserire il brano di Monk in un frullatore e premere start.
Lizzy Mercier Descloux – “Wawa” (1979)
In questa playlist non poteva mancare un brano che rappresentasse il lato più danzereccio e “pop” della No Wave. Lizzy Descloux, parigina naturalizzata newyorchese, lo incarnava alla perfezione e faceva stragi di cuori su tutti i dancefloor con il suo look da maschietto e il suo accento francese.
Hi-Fi Bros – Stranger in the Night (1981)
Passiamo adesso all’Italia. È il 1981 quando i bolognesi Hi-Fi Bros pubblicano l’Ep “i Fratelli Hi-Fi”, con la guida e produzione di Arto Lindsay. “Stranger in the Night” è un omaggio no wave al capolavoro di Frank Sinatra e a suonare la chitarra nel suo stile inconfondibile è proprio Lindsay.
Rinf – Mexico (1983)
I Rinf cantavano in tedesco ma erano italiani, di Prato per la precisione. A differenza di quello che accadeva per molte altre band italiane del periodo, i Rinf non si ispiravano a sonorità provenienti da oltre Manica ma guardavano piuttosto a modelli differenti che spaziavano dalla No Wave newyorchese alla Neue Deutsche Welle. Il funk feroce e schizoide di “Mexico” riassume bene quella che era la loro poetica.